A colloquio sull’omeopatia con il prof. EMILIO MINELLI, medico omeopata, vice direttore Centro collaborante WHO per la medicina tradizionale
Professor Minelli, cosa significa praticare l’omeopatia?
“Contrariamente a un comune pregiudizio, praticare l’omeopatia non corrisponde solo al somministrare granuli. Da un certo punto di vista, può essere considerato uno stile di vita. E’ una medicina, infatti, che ha come caposaldo un approccio naturale, ecologico, centrato sulla pratica di stili di vita salutari. E funziona meglio se il suo uso è inserito in un contesto globale di abitudini di vita sane, equilibrate e improntate a pratiche corrette che si possono riassumere in una buona alimentazione, un adeguato esercizio fisico e il controllo di comportamenti nocivi, come per esempio evitare il fumo di sigaretta, l’assunzione di alcoolici o di sostanze alimentari potenzialmente nocive come insaccati, conserve, salse, ecc. E’, in buona sostanza, una visione della vita come equilibrio che oggi si è forse un po’ persa. Peculiare è poi anche l’approccio terapeutico specifico. Infatti, va aggiunto che, per sua natura, l’omeopatia cerca di esplorare e inquadrare la fisiopatologia del paziente, dal punto di vista sia diagnostico sia terapeutico, in una dimensione il più possibile personalizzata, sino a cercare di coglierlo nella sua specifica identità globale attraverso il “simillimum” . Oltre a ciò, è quella branca dell’ “ars curandi” che fa del riequilibrio il suo principale metodo di intervento. Infatti non mira a sostituire le attività funzionali dell’organismo ma a riattivarle e sostenerle in maniera armonica e bilanciata, in modo da consentire un recupero dell’omeostasi dell’organismo (l’equilibrio psico-fisico) e, con esso, uno stato di salute dinamico e attivo”.
A quali patologie, l’approccio omeopatico, ha dato finora il maggior contributo?
“Senz’altro alle problematiche allergiche. In merito abbiamo qualche dato. Una delle cose che sostengo con maggior convinzione è che bisognerebbe avere il coraggio di “spacchettare” l’omeopatia. Qualcosa del genere è già stato fatto, per esempio, nell’ambito della medicina cinese con l’agopuntura. Gli agopuntori hanno, per esempio, studiato e individuato i meccanismi dell’agopuntura nel trattamento del dolore. In tale ambito oggi vi sono evidenze di primo livello e nessuno oggi può contestare l’efficacia antalgica dell’agopuntura. Allo stesso modo vi sono evidenze di efficacia dell’agopuntura per altre patologie come la presentazione podalica in gravidanza, il vomito in corso di chemioterapia, gravidanza e post operatorio, ecc.
Attualmente, se impostiamo una verifica sistematica su PubMed, il database della National Library of Medicine, sotto la voce “Homeopathy”, alla ricerca delle migliori evidenze disponibili, troviamo che vengono riportate 4327 pubblicazioni.
Se si valutano i lavori di migliore qualità, però, sono disponibili non oltre duecento pubblicazioni riguardanti la ricerca clinica condotta con metodi scientifici convenzionali e buone valutazioni statistiche ed altrettante riguardanti la ricerca di base (in laboratorio e su animali).
Tra i lavori clinici di migliore qualità metodologica, in circa la metà dei casi, il risultato terapeutico nel gruppo trattato con il rimedio omeopatico si è dimostrato superiore a quello del gruppo di controllo (per lo più costituito dal trattamento placebo), in circa un quarto i risultati sono stati tendenzialmente positivi ma dubbi sul piano della statistica, in un quarto non si è registrato nessun effetto terapeutico del trattamento.
Metanalisi. Da qualche tempo esiste un quantitativo sufficiente di studi clinici in omeopatia per poter effettuare lavori di metanalisi. Nella revisione sopracitata se ne possono rintracciare 28. E’ vero però, che le più famose e le più citate sono 6. Le conclusioni principali di queste sei metanalisi sono ben riassunte dalla affermazione di Linde che pubblicò la sua su Lancet nel 1997: «I risultati della nostra meta-analisi sono incompatibili con l’ipotesi che gli effetti clinici dell’omeopatia siano completamente dovuti ad un effetto placebo».
Secondo un rapporto di una commissione istituita dalla Comunità Europea (HMRG, Homoeopathic Medicine Research Group), i risultati cumulativi di ricerche fatte nei migliori studi clinici omeopatici escludono che i vantati effetti dell’omeopatia siano dovuti solo a un generalizzato “effetto placebo”. Nel suo complesso, il rapporto è da considerarsi positivo e di apertura verso ulteriori ricerche, sempre che esse siano condotte con metodi appropriati.
I lavori clinici controllati e randomizzati in omeopatia concernono prevalentemente le seguenti categorie nosologiche: allergie, patologie dell’apparato vascolare e della coagulazione, dell’apparato gastrointestinale, dell’apparato muscolo-scheletrico (inclusa la reumatologia), patologie otorinolaringoiatriche e sindromi influenzali, chirurgia e anestesiologia, patologie dermatologiche, neurologiche, ostetrico-ginecologiche”.
In un’ottica di prevenzione, anche di rafforzamento delle difese, come può l’omeopatia essere d’aiuto, per esempio in momenti critici come le riacutizzazioni delle infezioni delle vie urinarie?
“Innanzitutto occorre sottolineare che l’omeopatia è proprio uno strumento con cui si può fare dell’ottima prevenzione, soprattutto rafforzando le difese di un organismo che spesso risulta un po’ indebolito e facilmente diventa ricettacolo di germi.
D’altro canto non bisogna dimenticare come, in patologie infettive come queste, e forse potremmo pensare in tutte, giocano un ruolo rilevante componenti psicosomatiche che spesso vengono poco considerate da una medicina che individua il germe come unico responsabile di tutto.
Proprio per questo, l’unica soluzione che la medicina ufficiale ci propone in questo momento è l’uso sistematico di antibiotici a oltranza. Il che, se è indicato in alcune situazioni, non è del tutto giustificato in altre, in cui invece magari un intervento con terapie di tipo antiinfiammatorio e di stimolo delle difese immunitarie con prodotti omeopatici può rivelarsi assolutamente più efficace e sicuro. Oltretutto bisogna tenere presente che l’antibiotico, se da un lato uccide i germi presenti, dall’altro tende a rovinare anche dei fattori di difesa quali ad esempio i gel protettivi delle mucose. Questo fenomeno così, se da un lato può servire per chiudere il singolo episodio infettivo, dall’altro predispone, per l’indebolimento del sistema di difesa, ad altri ulteriori episodi.
Non bisogna ignorare poi il fatto che quando la sintomatologia consiste essenzialmente, in una somatizzazione che ha la sua radice in motivazioni psichiche più profonde si apprezza sino in fondo l’utilità di un approccio terapeutico come quello omeopatico che se da un lato agisce sulla sintomatologia somatica, dall’altra ha effetti anche sul terreno più profondo e su alcune determinanti psichiche del soggetto.
Accanto a ciò, poi, in una valorizzazione dell’approccio ecologico all’uomo l’omeopatia propone stili di vita alimentari che riducano la produzione di mediatori infiammatori da un lato e che al contempo rafforzino la qualità della flora simbiotica intestinale e attraverso questa le difese immunitarie”.
In ambito pediatrico, si pensa che l’omeopatia possa avere notevoli margini di intervento in quelle forme in cui si hanno frequenti riaccensioni di una patologia come accade, per esempio, nel caso delle malattie infettive delle alte vie respiratorie. Attraverso quali meccanismi?
“Il ripetersi di episodi di malattie infettive a carico delle vie aeree superiori è un fenomeno abbastanza comune nel bambino. Accade semplicemente che il sistema immunitario del nuovo organismo fa la conoscenza con una serie di germi che prima erano per lui sconosciuti e viene per così dire “inizializzato” ai germi che abitualmente incontrerà sulla sua strada. Germi banali, per lo più, ma non la prima volta. Oltretutto questi primi incontri gli consentiranno, negli incontri successivi, di gestire al meglio il rapporto con essi grazie ad una attivazione pressoché immediata delle potenti difese anticorpali che nel frattempo sono state messe a punto. Per questo è fondamentale che il bambino abbia la possibilità di formarsi un patrimonio difensivo adeguato. Perché questo avvenga, però, è di fondamentale importanza non disturbare troppo il processo difensivo. Ecco perché l’abuso di potenti antipiretici e di devastanti antibiotici non aiuta il processo di strutturazione delle difese immunitarie. Ma ecco perché questo può avvenire attraverso l’uso di rimedi omeopatici specifici che più che contrastare le reazioni difensive e la loro fenomenologia hanno la funzione di modulare la risposta dell’organismo.
L’omeopatia risulta così più rispettosa dei meccanismi di strutturazione delle difese dell’organismo agendo più attraverso una azione omeostatica di regolazione delle risposte che non attraverso una soppressione delle stesse. Come prima cosa, dunque, nell’approccio alla malattia del bimbo, il medico dovrà contrastare attraverso un lavoro di educazione profonda la naturale apprensione dei genitori, apprensione che è spesso, più che la malattia in sé, all’origine dell’iperprescrizione di farmaci, per tipologia e per quantità, eccessivi. D’altra parte lo sviluppo sempre più diffuso di una tendenza ipermedicalizzante, se da un lato seda le ansie e le apprensioni di genitori e curanti, dall’altro è un reale ostacolo alla crescita e allo sviluppo di un organismo che in futuro possa essere in grado di reagire in maniera adeguata e competente nei confronti di germi che costituiscono i nostri naturali coinquilini in questo mondo”.
La medicina tradizionale si fonda su linee guida, mentre l’omeopatia si avvale di “schemi” e criteri che ogni operatore tende ad applicare sulla base dell’esperienza. Non dipende, forse, troppo dalla variabilità dell’operatore e dalla sua sensibilità?
“Oggi come oggi, l’omeopatia dipende, a mio avviso, moltissimo dalla competenza e dall’esperienza del singolo operatore. Però, a ben pensarci, è la stessa situazione che si crea tra il prodotto di produzione industriale, concepito secondo il metodo Taylorista di produzione scientifica industriale e la produzione artigianale. Si tratta di due modalità operative molto diverse ma questo non vuole necessariamente dire che il prodotto industriale sia buono e quello artigianale pessimo. Anzi talora è vero il contrario.
Il problema in entrambi le pratiche è quello di verificare se abbiamo metodi per certificare la validità di un sistema di lavoro piuttosto che di un altro. Così è vero che nella produzione industriale abbiamo la possibilità di avere standard di lavoro che ci danno la garanzia della riproducibilità del prodotto ma non possiamo dire che a livello artigianale non esistano criteri di valutazione della bontà di una metodologia di lavoro. Un artigiano, ad esempio, sa che per ottenere un prodotto di buona qualità deve seguire certe procedure, aspettare certi tempi, ecc. Soprattutto sa che un sistema di produzione deve essere adattato alle diverse situazioni anche se alcuni passaggi sono costanti. Questo è massimamente vero nell’artista:Caravaggio sapeva che per ottenere certi effetti doveva usare un certo metodo ma questo non vuol dire che fosse obbligato a dipingere solo e soltanto Madonne.
Il problema sostanziale è quello della capacità di individualizzazione che i due sistemi terapeutici sono in grado di interpretare pur con metodologie differenti. E’ vero infatti che se la terapia e la medicina più in generale si stanno sempre più evolvendo verso un approccio personalizzato, il problema è quello di saper cogliere sempre più e sempre meglio il paziente nelle caratteristiche specifiche della sua persona. Questo l’omeopatia ha sempre cercato di farlo e in qualche modo ha sempre cercato di standardizzarlo attraverso una metodologia di studio della persona ammalata che è da considerare non meno rigorosa delle linee guida della medicina convenzionale.
La modalità di conduzione della visita, dell’interrogatorio, la modalità di scelta del rimedio, delle diluizioni, sono altrettanti passaggi obbligati in cui si esprime l’arte, rigorosa però, del medico omeopata”.
Articolo di Luisa Romagnoni – Omeopatiasalute.it

