Le passwords sono il nostro vissuto. Uno sbaglio!
Si crede di sceglierle casualmente, invece non è così. Le password di accesso ai pc o ad ogni altro strumento social e digital, sono un recondito del vissuto della persona che le ha ‘inventate’: ovvero sono associate a ricordi subliminali, a eventi significativi della vita, o a espressioni scaramantiche. A rivelarlo è un sondaggio condotto da un giornalista del New York Times, confermato anche da uno studio di Andy Miah, professore di Scienze della Comunicazione e Digital Media all’Università di Salford in Inghilterra. Capita anche poi che le ‘chiavi’ raccontino esperienze negative, scelte come forma di esorcizzazione; in ogni caso, nel bene o nel male, sono ‘antropologiche’, svelano cioè chi siamo dietro misteriosi asterischi.
Tanto che le password continuano a spopolare con un tasso in crescita. Secondo LastPass, una compagnia che si occupa di fornire software che registrano anche le opzioni verbali o numeriche di ingresso ai nostri mezzi privati di comunicazione elettronica, registrava fino cinque anni fa in media21 password procapite, oggi il numero è lievitato a dismisura fino a raggiungere picchi di 81 parole misteriose per ciascun navigatore web o altro. Quasi a indicare che basti una chiavi magica per mettere o far sentire l’utente in sicurezza.
Vana illusione. Infatti nel dicembre 2009, un hacker dell’Est Europa è riuscito a imbattersi in un database di 32 milioni di password della compagnia RockYou, un gestore di network per giochi online, pubblicando poi on-line l’intero database. Di ciò ne ha approfittato l’Istituto di Tecnologia dell’Università dell’Ontario che ha cominciato a studiarlo da un punto di vista lessicale. È stato così possibile scoprire le parole più usate in tutto il mondo e non sempre coì fantasiose: a farla da padrone è il verbo ‘amare’ (to love) le cui coniugazioni ricorrono circa il doppio di volte rispetto a quelle del verbo ‘essere’ (to be), sia in forma chiara che criptata (come ad esempio la parola ‘team’ che corrisponde all’espressione spagnola te-amo) o il numero 14344 che è il codice usato nello slang urbano al posto di ti amo moltissimo (I love you very much nel quale i numeri indicano quante lettere ci sono in ogni parola). ‘To love’ ricorre così circa 12 volte di più rispetto al verbo ‘odiare’ (to hate). Mentre gli aggettivi più frequenti sono ‘sexy’, ‘hot’ e ‘rosa’ ed ancora i nomi propri maschili sono quattro volte più diffusi di quelli femminili dopo frasi che iniziano con: “io amo…”.
Non mancano neppure password che rivelano il lato più oscuro della persona, con l’utilizzo ad esempio di chiavi come kill me please (uccidimi ti prego), my family hates me (la mia famiglia mi odia), o ancora di oscenità e insulti razziali. Comunque un dato di fatto c’è: le password analizzate hanno la caratteristica comune di riferirsi a esperienze personali.
Ma vi è anche un secondo denominatore comune che riguarda la scelta della ‘chiavi’: ovvero che gli esseri umani sono l’anello debole della sicurezza dati. Infatti le persone sceglierebbero le password che di norma hanno un significato per loro, per renderle così più facilmente memorizzabili. Sembra un (grave) errore, facilmente smascherabile. Almeno dagli hacker.

