Buono non è sinonimo di leggero, almeno a colazione

Una colazione sana non sempre è anche leggera. Uno studio recente, pubblicato su PLOS Biology, avrebbe infatti dimostrato che anche i non diabetici dopo avere consumato il primo pasto della giornata fatto a regola d’arte, come raccomandato dalla dieta mediterranea, possono manifestare picchi glicemici importanti. I quali in taluni casi potrebbero preannunciare un possibile rischio di malattie cardiovascolari e/o di sviluppo di insulino-resistenza, precursore del diabete vero e proprio. Condizione, quella dei picchi glicemici, che di norma è monitorata da chi soffre di diabete con un prelievo di sangue rapido, ma non sempre attendibile poiché non rileva i livelli di zuccheri presenti nel sangue successivi ai pasti e a quanto consumato nell’arco della giornata in particolare in riferimento a carboidrati (pane, pasta, riso e patate). Così i ricercatori della Stanford University School of Medicine, negli Stati Uniti, hanno invitato circa 60 persone, di cui la maggior parte in buona salute, a indossare per due settimane un dispositivo capace di monitorare a ciclo continuo il glucosio (lo zucchero nel sangue, appunto) segnalandone in maniera costante le concentrazioni.
I ricercatori hanno dunque assegnato ai partecipanti il consumo di tre differenti tipologie di colazione: cornflakes con latte, un sandwich al burro di arachidi, una barretta proteica. È stato così possibile osservare che metà delle persone i cui precedenti test glicemici avevano dato ‘valori normali’ di zuccheri nel sangue, con la misurazione effettuata da questo dispositivo, potevano raggiungere gli stessi livelli registrati in individui prediabetici o diabetici. Nell’80% di questi la glicemia aumentava dopo il consumo di cereali e latte, la colazione ritenuta leggera e (apparentemente) esente dal rischio di picchi glicemici.
«Questo studio – ha commentato Francesco Purrello, presidente della Società Italiana di Diabetologia (Sid) – conferma che il diabete è una malattia molto insidiosa, difficile da diagnosticare negli stadi iniziali, tuttavia già problematica in questa fase. Ancora, i risultati della ricerca confermano che la glicemia a digiuno, nell’ambito dei valori normali, non dà la garanzia di non soffrire di diabete o di essere molto prossimi ad essere diabetici. In buona sostanza la ricerca dimostrerebbe che non esistono cibi ideali per tutti e soprattutto che possono diventare iperglicemizzanti per un individuo e per un altro no, influenzati ad esempio dal corredo genetico o dalla differente composizione della flora batterica». Insomma gli lo studio confermerebbe la necessità di creare terapie sempre più personalizzate, di precisione, anche in caso di diabete.
Francesca Morelli
