Farsi un tatuaggio può essere rischioso. Ecco perché
Cresce, d’estate, la moda del tatuaggio, specie fra i giovani. Che li fanno perché piacciono o per emulare un personaggio amato. Una decisione presa talvolta alla leggera, senza cioè conoscerne gli effettivi rischi, le implicazioni, o le corrette modalità con cui farsi incidere sulla pelle le immagini. Almeno è quanto accade alla maggior parte degli adolescenti e ragazzi che si tatuano.
Una recente indagine condotta dall’Università di Tor Vergata su 2500 studenti liceali coinvolti con questionario anonimo, ha infatti rivelato che il 24% dei tatuati ha già avuto complicanze infettive. Nella maggior parte dei casi controllabili e curabili, ma può capitare anche di andare incontro a ‘fatti di salute’ molto più gravi: dalla possibilità di contrarre l’epatite B e C causata per lo più dall’inadeguatezza degli strumenti utilizzati, da reazioni di tipo tossicologico o di sensibilizzazione allergica, stimolata dall’inoculazione nella cute di sostanze chimiche non ad hoc, fino al virus dell’AIDS nella peggiore delle ipotesi.
La ragione è presto spiegata: «L’80% dei ragazzi – ha dichiarato la dottoressa Carla Di Stefano, autrice dell’indagine – non è a conoscenza dei rischi d’infezione e solo il 5% si informa correttamente sulle malattie che possono essere trasmesse dalla pratica del tatoo». Rischi tanto più aumentati dal fatto che non si adottano le giuste misure di sicurezza, ovvero rivolgersi per farsi tatuare a strutture certificate. «Si tratta di un aspetto da non trascurare – aggiunge la dottoressa – perché i virus possono sopravvivere negli aghi e nell’inchiostro con un periodo variabile da pochi giorni nell’ambiente a quasi un mese nell’anestetico».
Gli specialisti avvertono: «La raccomandazione è di non ricorrere né al fai da te, né a principianti o a strutture temporanee, come quelle che compaiono durante i mesi estivi nelle località balneari, o a locali spesso economici e non a norma di legge a cui spesso si rivolgono la maggior parte degli adolescenti. Situazioni, tutte, che aumentano il rischio di contagio perché svincolate a norme di igiene e di sicurezza».
Francesca Morelli

