L’omeopatia non è acqua fresca
Quante volte abbiamo sentito affermare, sui giornali o in televisione: “L’omeopatia? È solo acqua fresca…”, “Come può funzionare? Non contiene nulla!”, “È solo effetto placebo: il nulla non può curare nulla!” e così via, con grande sicumera. Poiché queste affermazioni provengono spesso da medici, è naturale che anche a chi usa da sempre l’omeopatia e ne conosce l’efficacia, ma medico e/o farmacista non è, possano venire dei dubbi. Spesso i medici che fanno queste affermazioni non si sono curati di approfondire ciò di cui stanno parlando. Vediamo allora di fare chiarezza sul tema.
I medicinali omeopatici (perché questa è la definizione corretta secondo il D.l. 219 del 2006) rispecchiano i requisiti fondamentali di qualunque preparato farmaceutico e, per legge, devono essere prodotti secondo le Norme di Buona Preparazione, metodica applicata a tutti i farmaci e medicinali presenti sul mercato. Questa metodica produttiva garantisce un processo preciso e definito, a partire dal controllo qualitativo e quantitativo della materia prima fino al prodotto finito.
A tutti noi è successo, almeno una volta nella vita, di assumere un medicinale, perché ce l’ha prescritto il medico o consigliato il farmacista, o perché attratti da una pubblicità particolarmente accattivante. E tutti sappiamo che i medicinali hanno un dosaggio del “principio attivo”, della sostanza, cioè, che svolge l’azione terapeutica. Molti avranno osservato che, sulla scatola e nel foglietto illustrativo, è riportato il contenuto di questo “principio attivo”, usualmente espresso in grammi, milligrammi o microgrammi, a seconda del farmaco e della posologia che ci è stata consigliata di assumere. Con i medicinali omeopatici accade la stessa cosa, con la differenza che il quantitativo di principio attivo segue un’altra scala e/o unità di misura, che non sono i milligrammi o i microgrammi, bensì il livello di diluizione, di concentrazione molare che si è voluto dare a un determinato principio attivo. Il medicinale omeopatico infatti, a differenza di quello “tradizionale”, viene preparato da una soluzione in acqua e alcool (il solvente) del principio attivo o soluto (che, in omeopatia, viene chiamato “ceppo”) che viene poi sottoposta a una serie di progressive diluizioni, aggiungendo a ogni diluizione una quota di solvente e agitando il contenitore per ottenere l’omogeneità della soluzione finale. La soluzione originaria può venire diluita secondo una scala di 1:10, oppure di 1:100, ottenendo così le diluizioni decimali (DH) oppure centesimali (CH). Solo quando, continuando con le diluizioni, si raggiunge un certo livello (definita dal numero di Avogadro che, in linea teorica corrisponde alla 12 CH o 24 DH), la probabilità che nella soluzione (soluto più solvente) ci siano ancora molecole del principio attivo originale è uguale a zero, ma fino a questa diluizione “critica”, le molecole del principio attivo sono sempre presenti: in quantità esigua, ma ci sono. Ma questa quantità ridotta potrà funzionare? Non sarà troppo esigua per svolgere il suo scopo?
Facciamo un paragone con il mondo dei farmaci “tradizionali”. Il Pramipexolo, un farmaco tra i più usati per la malattia di Parkinson, ha un dosaggio di 88 microgrammi; la Levotiroxina per le problematiche tiroidee da 25 a 200 microgrammi; l’Etinilestradiolo, contenuto in molte pillole anticoncezionali e usato anche per svariate problematiche ginecologiche, funziona con dosaggi da 10 a 100 microgrammi. E ancora: in ambito della terapia del dolore si utilizzano concentrazioni di 25-50 microgrammi di Fentanyl; in ambito respiratorio si utilizzano concentrazioni di 25-50 microgrammi di Fluticasone pripionato, e si potrebbe continuare a lungo… Questi quantitativi sono uguali a quelli contenuti in un medicinale omeopatico con diluizione 4DH oppure 5 DH, diluizioni comunissime, diffusissime nei medicinali omeopatici più usati.
Perché, allora ci sono medici che affermano: “L’omeopatia? È solo acqua fresca…”? Questo accade perché, in effetti, quando si supera un determinato livello di diluizione (24 DH oppure 12 CH: un valore di diluizione molto elevato che, coinvolge, una quota limitata dei medicinali omeopatici in commercio), definito in base al numero di Avogadro, la soluzione finale non conterrà più nemmeno una molecola del soluto (principio attivo) inizialmente disciolto nel solvente per ottenere la soluzione. Come faccia a funzionare rimane oggetto di accanito dibattito tra i non conoscitori della materia.
A cura della redazione di Omeopatia Salute

