Come fa bene al cervello la pennichella pomeridiana!
Un’ora di sonno, né un minuto di più né un minuto di meno, può fare la differenza sulla ‘qualità’ cerebrale. Soprattutto negli anni d’argento, a patto però che il sonno venga speso dopo pranzo. Lo avrebbe dimostrato uno studio americano della Johns Hopkins University, nel Maryland, pubblicato su Journal of the American Geriatrics Society nel quale i ricercatori hanno considerato le abitudini sonnacchiose di circa tremila cinesi ultrasessantenni.
A questa popolazione campione è stato chiesto di quantificare il tempo trascorso in riposo dopo mangiato, scoprendo così che il 60% si appisolava con una media di 30-90 minuti, sebbene la prevalenza fosse di un’ora secca, ma anche la qualità del sonno pomeridiano e notturno. Tutti sono stati sottoposti anche ad una serie di test comprendenti domande banali, come il giorno, mese e anno in corso, ma pure la risoluzione di alcuni esercizi di matematica di base, la memorizzazione di parole e la riproduzione di figure geometriche.
È stato possibile osservare che chi dormiva un’ora dopo il pranzo, riusciva meglio nelle prove somministrate: ovvero godeva di risposte più pronte, aveva pensieri più nitidi e più rapida capacità decisionale. Insomma, era possibile notare un generale miglioramento delle funzioni mentali, meno soggette al declino cognitivo che si registra con l’avanzare dell’età. Pari addirittura a una percentuale di logorio dalle quattro alle sei volte inferiore rispetto a chi dormiva meno o più di un’ora. Che in termini di agilità mentale si traduce in un cervello più giovane di circa cinque anni.
Che dire? La ‘puntualità’, specie dei 60 minuti di riposo spaccati dopo mangiato, è una virtù. Soprattutto per il cervello.
Francesca Morelli

