Siamo più tristi che felici
La tristezza, è come l’edera. Dove attecchisce è dura a morire. Sembrerebbe una metafora azzeccata almeno stando ad uno studio condotto da Philippe Verduyn e Saskia Lavrijsen dell’Università di Lovanio riguardante la durata delle emozioni negli adolescenti, pubblicato sulla rivista “Motivation and Emotion”. La ricerca che ha coinvolto oltre 230 studenti aveva lo scopo di valutare la persistenza di 27 diversi stati emozionali – tra cui paura, disgusto, sorpresa, noia, irritazione, tristezza – in età adolescenziale e le eventuali strategie per superarle.
La condizione più passeggera fra le emozioni, messa in evidenza dallo studio, sarebbe la noia, stato e atteggiamento sempre più in crescita fra i giovani, mentre fra i gradini più alti del podio, ovvero quelli più ostici a passare, si piazzerebbe il ‘blue mood’. La classica tristezza in tutte le sue sfumature avrebbe una persistenza in media 240 volte più lunga rispetto ad altre emozioni. Anche se il tempo ipotizzato, anche se non necessariamente dedicato tutto alle lacrime ma a un malessere interiore generalizzato, quantificamente parlando, sembra piuttosto elevato e quindi improbabile.
Comunque, dando ai ricercatori il beneficio numerico del dubbio, la ragione apportata per così tanta tristezza è quella che le emozioni negative e cupe si associano di norma a eventi importanti, come un lutto o una sconfitta o una perdita, che rimangono più impressi nella memoria e che sembrano non passare mai. Di contro gli stati emotivi che si collocano nella zona del piacere, come la gioia, sono legati a contesti meno significativi e/o più effimeri quali le sensazioni provate di fronte a un paesaggio, la gratificazione di una sigaretta fumata e seguita da un caffè e così via.
Secondo lo studio, poi, in relazione all’emozione – di gioia o di tristezza – cambierebbe anche la modalità e la facilità di abbatterle. Per scacciare la noia, tornando al primo esempio, basterebbe infatti attaccarsi e/o coltivare pensieri interessanti, contrariamente alla tristezza che non avrebbe appigli concreti. Perché varia da momento a momento, da persona a persona e una emozione terribilmente triste per qualcuno potrebbe essere non altrettanto intensamente percepita da un altro. A cui si potrebbe aggiungere il fatto che è più tipico della natura umana ‘piangersi addosso’, ricordare il negativo, piuttosto che gioire o ricordarsi di aver gioito e non pianto.
E forse, anche, per questo l’emozione triste è amplificata di molto: talvolta fino a 24 volte tanto.
Francesca Morelli

